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Roma – Gli italiani che fanno i furbi. Che non vogliono punti tagliati sulla patente. Facce toste. Senza vergogna. L'altro giorno, racconta un vigile di servizio in piazza del Parlamento, "l'ho fermato un automobilista che, guidando, parlava al telefonino". Non l'aveva riconosciuto. “Era un deputato. Ma gli ho contestato ugualmente l'infrazione, esattamente come hanno stabilito i giudici della Consulta e lui... beh, lui m'ha detto subito che non aveva alcun telefonino. Ma poi…” Poi s'e' sentita una vocina metallica e isterica provenire dal basso, come stesse tra le gambe dell'onorevole. “Era la moglie che urlava: Mariooo!”. L'onorevole aveva nascosto il cellulare, ancora acceso, in un posto non riferibile.
Storie cosi', in un giorno che comunque rilassera' migliaia di automobilisti. La sentenza della Corte Costituzionale “purtroppo, ci fara' fare un passo indietro”, dicono i funzionari della Polstrada, che chiedono di restare anonimi, niente nome e niente cognome, perche' su questa storia, “se diciamo la verita', rischiamo di farci male”. Pero', lo stesso, ripetono: ci sono voluti mesi di fatica vera “per modificare le abitudini stradali degli italiani, per incutergli un poco di timore” e adesso, invece, “tutto diventera' piu' complicato”.
Piu' di quanto gia' non lo fosse. Perche' poi gli italiani s'erano fatti venire qualche ideuzza per riuscire a schivare i temuti punti. Esempio: certi avevano cominciato “ad intestare l'automobile a due, tre persone diverse – racconta un funzionario della polizia Stradale -. E questo, ovviamente, ci complicava moltissimo il lavoro quando, per esempio, dovevamo sanzionare un eccesso di velocita' rilevato in autostrada: come facevamo infatti a stabilire che fosse al volante?”.
Ancora. “C'erano pure quelli che una volta ricevuta la multa a casa, entro i trenta giorni stabiliti dalla legge, ci scrivevano dicendo che alla guida del veicolo non c'erano loro, ma una certa tal dei tali”. Che invece era… “O era la moglie, o la madre, che magari avevano la patente ma non guidavano piu': o addirittura poteva essere la figlia minorenne. Che cosi' si beccava il reato di “guida senza patente”, facendoci pero' perdere mesi, con la multa che andava, veniva, tra ricorsi e controricorsi.”
Lasciamo stare che i siti web sono pieni di mappe degli autovelox. A Napoli, sulle prime, avevano cominciato a vendere magliette con la cintura di sicurezza disegnata. “Ma naturalmente – racconta Angelo Giuliani, comandante del primo gruppo dei vigili urbani di Roma – non mancano quelli che, appena fermati da una pattuglia, se la tendono addosso… e poi, quando gli facciamo notare che non e' agganciata, ci guardano allibiti e ci dicono: certo che non e' agganciata… l'ho appena sganciata, per parlare con lei. Non si puo'?”.
Paradossi dialettici. E anche giuridici. A Roma, racconta l'avvocato Giacinto Canzona, “un ciclista passo' con il rosso un semaforo e, per questo, si vide togliere dieci punti sulla patente in un colpo. Il ricorso, cosi', si baso' sul concetto che fosse appunto paradossale equiparare una bicicletta a una moto”. A Torino, per questo genere di ricorsi, e' stata addirittura aperta un'agenzia. “Il cliente entra e ci spiega il genere di ricorso di cui ha bisogno: e siccome noi li abbiamo prestampati…”.
Vigili urbani e agenti della Stradale sottolineano un pericolo: “L'obbligo di dover identificare chi commette l'infrazione peggiorera' la scena stradale soprattutto in citta' come Roma, Napoli, Palermo, Bari”. Dove, temono, “si tornera' a passare con il rosso senza davvero mezzo scrupolo. Dove torneranno certo quelli che guidano, con disinvoltura, contromano. Dove troveremo sempre piu automobili parcheggiate davanti alle fermate degli autobus o nei posti riservati ai disabili”. Italiani furbi. Italiani disonesti.
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